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La vita di san Giusto Martire
Giusto nasce in una famiglia molto
agiata della città di Cagliari. Già in età molto giovane Giusto
comincia a manifestare i segni di quello che sarà il suo Santo
futuro. Contrariamente ai suoi coetanei giusto ama la
solitudine, il silenzio ed il raccoglimento. Agli spettacoli e
feste mondane, tipiche delle situazione di agiatezza in cui
versava la sua famiglia, egli preferiva gli esercizi di pietà e
le opere caritatevoli verso i poveri. Egli ha un carattere
affabile e mansueto soprattutto verso i più deboli e poveri. Pur
essendo costretto dal suo status familiare a vivere nel lusso
egli porta solo una veste di porpora e calza i sandali. Questi
suoi comportamenti dovettero colpire ben presto quanti lo
circondavano e accattivarsi le simpatie della cristianità
locale. Sempre assiduo, insieme ai genitori, al raduno presso le
catacombe del Martire cagliaritano Saturnino, fuori le mura
della città. All’età di circa diciotto anni si appresto a
ricevere “il pane degli angeli”. Comincia un periodo di digiuno
e mortificazione che lo portano a raggiungere un grado di
preparazione spirituale che lo aiuterà a superare le prove che
lo attenderanno in futuro.
Nell’anno 81 d.C. era successo alla guida dell’Impero Romano,
alla morte di Tito, suo fratello Domiziano figlio
dell’imperatore Vespasiano. Che in poco tempo cominciò a
manifestare tutta la sua indole assolutista ordendo continue
congiure vero i cittadini, aumentando le vessazioni e le
condanne capitali. E dandosi anche a continui banchetti e feste
in suo onore. Tutto questo aveva completamente svuotato le casse
dello stato. Per rimediare Domiziano istituì una tassa, la
cosiddetta Tassa Giudaica |
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Il rifiuto da parte dei cristiani e le calunnie di gente
interessata sembra siano state la causa primaria della violenta
persecuzione nei loro confronti. Molti furono i martiri di
questa tremenda persecuzione tra cui c’è il sospetto che vi sia
anche il padre di Giusto, il filosofo Giustino.
Finalmente una congiura di palazzo pone fine alla vita di
Domiziano a cui succede Traiano che governò l’Impero a partire
dal 98 d.C. che tenne un atteggiamento equivoco nei confronti
dei Cristi. Non si liberò dei sospetti dei suoi predecessori
contro di essi. Però cercò nelle sue repressioni di tenersi
entro i limiti della equità e del decoro. Egli non mise alcuna
legge contro di loro ma lascio a Presidi e Giudici libera
facoltà di denunciarli e infliggere loro pene severissime per
crimini contro lo stato.
Nell'anno 81 d. C. era successo nell'Impero Romano, alla morte
rito, suo fratello Domiziano figlio dell'Imperatore Vespasiano.
Di carattere molto tetro e d'indole irascibile a principio
sforzandosi di volere imitare la fermezza di suo padre e la
dolcezza di fratello si dimostrò molto liberale e moderato verso
i Cristiani. Ben presto però cominciò a manifestare tutto il suo
spirito assolutista, rendendosi inviso al Senato Romano, ordendo
continue congiure contro pacifici cittadini, aumentando le
proscrizioni, le azioni e le condanne capitali. dandosi anche a
continui e fastosi spettacoli di divertimento.
Dato l'arbitrio lasciato ai Presidi, in Cagliari ed in Sardegna,
aggiungono tutti gli storici Sardi, anche sotto Traiano molti
furono i Martiri e tra essi vi fu anche Giusto. Si pensa che in
questo periodo, abbia fatto tanti progressi nello studio del
Catechismo, da essere prescelto dal Diacono Eusebio a fare anche
il Catechista ai piccoli catecumeni della Chiesa. |
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Giusto con quella facilità di parola e brillante intelligenza di
cui era dotato, aveva bene a mente tutte le verità principali
della Fede Cristiana che la madre e il padre gli avevano
insegnato.
Ora divenuto Catechista mette a profitto tutta la sua
erudizione, anche se gli costa qualche sacrificio.Alla teoria
Giusto sapeva accoppiare anche la pratica della vita cristiana,
quando se ne presentasse l'occasione in difesa di Dio e della
Chiesa.
Racconta il cronista spagnolo Hocusque “che un giorno il
giovinetto Giusto s'introdusse nella sala che serviva da
riunione dei dotti, frequentata anche dal filosofo Giustino suo
padre, ed a sentire quei sapienti che discutevano con poco
rispetto della Religione Cristiana, del grave oltraggio che i
Cristiani arrecavano ai Sommi Dei di Roma, della troppa
indulgenza e libertà che l'ImperatoreTraiano loro accordava,
fino al punto che ancora lasciava impunito il Vescovo Floro nel
propagare tale Religione, Giusto li rimprovera arditamente, li
confonde con i suoi convincenti argomenti sulla superiorità e
divinità della Religione Cristiana, difendendo con parole di
grande rispetto e venerazione il santo Vescovo Floro.Tutti quei
dotti rimasero allora meravigliati dell'ardire e della sapienza
di quell’adolescente non osarono contraddirlo.
Il caso però suscitò molto scalpore nella Città di Cagliari
tanto da arrivare all'orecchio del Preside, che ordinò
immantinente l'arresto dell'insolente giovinetto e che alla sua
presenza venisse severamente punito colle verghe sino a disdirsi
delle parole proferite coi suoi insulti agli Dei dell'Impero.
Il padre Giustino riusciva quella volta a salvare Giusto dalle
verghe coi suoi maneggi, per l'alta stima di cui godeva per la
sua dottrina e presso i dotti e presso lo stesso Preside.” |
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Scrive Hocusque “che il Preside abbia ordinato che a qualunque
modo Giusto venisse arrestato e portato alla sua presenza, ma
quando ebbe a vederlo, sorpreso vivamente dell'ingenua bellezza
del giovinetto, disse a quanti lo circondavano: Costui non può
essere l'insolente giovinetto che noi cerchiamo, gli Dei mi
inspirano a dargli la libertà.
Da quel giorno il padre Giustino non lasciò più solo Giusto.”
Esistevano dalla parte orientale della Città di Cagliari e
precisamente nella vicina montagna che dà sul mare le famose
prigioni romane scavate nella viva pietra ai piedi di essa e
custodite (la pesanti e robuste porte di ferro. Erano di solito
formate (la piccole nicchie buie e basse nonché umide e sporche.
Giusto spesso, col consenso del padre, vi si recava per portare
un conforto a quei Cristiani carcerati, destinati ai più atroci
supplizi o ad essere sbranati dai leoni nell'anfiteatro a
divertimento del popolo.
Oltre il conforto della parola spesso Giusto portava anche
viveri e col permesso del Vescovo, conie il piccolo S. Tarcisio
romano, di nascosto forse portava talvolta anche il Cibo dei
forti, la SS. Eucaristia, a sostegno della Fede di quei
condannati. Come adolescente era il meno sospetto alle guardie
in queste mansioni.
Narra il Max, “che un giorno Giusto incontra per la strada una
ciurmaglia di popolo elle, con grida sgangherate trascina una
povera donna cristiana, messa nelle mani di quegli sgherri,
dall'iniquo Giudice Sebaste, per essere martirizzata.
Il nostro giovinetto, con tutto l'impeto del suo cuore, affronta
coraggiosamente quella folla inferocita e fermatala parla così
soavemente ed insistentemente, che ammansitola la muove a pietà
e libera la donna. |
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Egli con le catene ai polsi
tra due sgherri, per nulla intimorito ma fiducioso nel suo Gesù,
a testa alta, entra nella grande Sala, dove stava seduto su di
un podio il rappresentante dell'Imperatore Traiano.
Il Preside appena vede avvicinarsi il giovinetto Giusto scarno e
malridotto per le sofferenze patite durante la sua lunga
prigionia, quasi belva ammansita, e quasi mosso a compassione,
dolcemente lo invita a sacrificare buttando un pizzico d'incenso
nel braciere ai Sommi Dei dell'Impero, se vuole salva la vita.
Ma Giusto ostinatamente si rifiuta dicendo, che essi sono falsi
e bugiardi e che adorerà solo il vero Dio, il Dio dei Cristiani,
Gesù Cristo.A nulla servono, le minacce, le promesse, gli onori
che il Preside gli prospetta per convincerlo a rinunziare alla
sua Fede ed a sacrificare agli Dei. Dinanzi a tale ostinazione
di un
giovinetto il Preside, quasi mortificato, passa allora dalle
parole dolci alle furie ordinando un primo castigo per cercarlo
di fargli cambiare idea; la flagellazione.
Subito fattolo denudare, gli sgherri armati di flagelli
cominciano a percuoterlo sulle sue tenere spalle. Gli sgherri
riducono il tenero e delicato corpo di Giusto tutta una piaga e
lividure. Il nostro Martire, vittima innocente, qual mansueto
agnello, prega Iddio nell'intimo del suo cuore, perdonando i
suoi carnefici.Lo stesso Preside si meraviglia fortemente a
tanta impassibilità di un giovinetto di quell'età, freme e punto
commosso, vedendo che a nulla approda il suo furore, confuso ed
umiliato sempre più accecato dalla sua ira ordina allora il
supplizio della corda.
Questa tortura consisteva nel sollevare e far ricadere più volte
a terra il corpo dell'accusato, che legato ai polsi con corde
passate dietro la schiena, veniva tirato in alto con una
carrucola. Le ossa del giovanetto Giusto cominciano a
scricchiolare. A nulla valse questo nuovo supplizio per
smuoverlo dal suo proposito.Si passa quindi al cavalletto, altro
strumento di tortura, allora in voga, per cui l'accusato legato
mani e piedi veniva assoggettato ad un lento stiramento delle
membra, trai più atroci dolori. Anche questo supplizio Giusto
sopporta rassegnato. |
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Il Preside sempre
più accecato d'odio, per questa sua irremovibilità ordina anche
il fuoco e le tenaglie per scarnificarlo. Ma anche questo
martirio si rese inutile.
Allora il Preside condanna Giusto ad bestias.
Gli sgherri pertanto a furia di popolo trascinano il nostro
giovinetto verso l'anfiteatro per assistere come ad una festa al
divertimento di vedere sbranare un uomo da un leone.
Giusto messo il mezzo all'arena, mentre un furioso leone uscendo
dalla caverna, a vista di un'immensa folla attonita ed ebbra di
sangue.
Scodinzolando la coda e la criniera si aggira accostandosi al
giovinetto, leccandogli le mani ed i piedi, come un affezionato
cagnolino farebbe al suo padroncino, gli si va ad accovacciare
accanto, mentre tutto il popolo, silenzioso, a stento trattiene
il respiro. Altre grida allora si sollevano dalla folla, chi
gridando al miracolo, chi protestando accusa il padre di Giusto
di aver fatto prima e di nascosto sfamato abbondantemente il
leone.
Allora il Preside ordina che si rechi della carne, che il leone
divora. La rabbia del Preside giunge ora al colmo, trasecolato
per quelle strane cose che vede, bestemmia, impreca e maledice
quell'insensato giovinetto ed il suo Dio e furibondo, temendo
anche qualche tumulto del popolo, ordina allora la
decapitazione. Ormai l'ora della vittoria di Giusto s'avvicina.
Dopo sì lunga e crudelissima lotta si virilmente da lui
sostenuta, con la grazia di Dio, l'invitto ed intrepido Martire
orinai poteva dirsi maturo a raccogliere la palma del Martirio.
Era il tramonto del 14 Luglio dell'anno 102 dell'Era Cristiana
quando Giusto sempre calmo, sereno in volto, trascinato a furia
di popolo e dagli sgherri fuori le mura della Città si appresta
all'ultima fase del suo Martirio.
Piegate le ginocchia a terra ed inclinato dolce. niente il suo
collo delicato, colle mani congiunte sul petto, tutto assorto in
preghiera a Dio, aspetta il tremendo colpo.
Il carnefice roteando per l'aria la lucente lama della sua
spada, recide con un secco colpo la testa dal suo busto. |
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La festa di
San Giusto a Misilmeri
La vera devozione
al nostro Santo Patrono il popolo di Mlisilmeri la manifesta
principalmente una volta l'anno, l'ultima domenica di Agosto,
giorno della sua Festa solenne.Si ha notizia di una prima
solenne Festa di S. Giusto nel nostro Paese nel 1742. Come
stabilito dalla Duchessa di Misilmeri nell'Atto di donazione
delle Venerande Reliquie di S. Giusto al Comune di Misilmeri nel
1671 e la sua proclamazione a Patrono del nostro Paese. detta
Festa sarebbe di competenza della Amministrazione Comunale.
Infatti sin da principio il nostro Municipio vi contribuì con
propri finanziamenti.
Per parecchi anni il sussidio si limitò ad 10 onze annue, il
resto veniva raccolto in Paese con la questua che si faceva da
un apposito Comitato formato di 4 Deputati.
Nel 1746 sorse una polemica tra detto Comitato e l'Arciprete
Rumbolo, circa la designazione del Panegirista della Festa di S.
Giusto.
La vinse l'Arciprete, potendo dimostrare che tale designazione
era di competenza dell'Autorità Ecclesiastica.
Detta Festa ha avuto sempre nelle sue linee generali del
programma una parte prettamente religiosa ed un'altra
folkloristica, comune a tutte le feste patronali e non patronali
d’Italia.
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A Misilmeri quando si deve fare la Festa solenne ci si pensa
parecchi mesi prima, formando un Comitato Cittadino presieduto
dal Sindaco, per mettersi al lavoro a raccogliere i fondi
necessari.
La Festa ha inizio ogni mattina con l'alborata, ossia con spari
di bombe, servizio di Banda Musicale per il Paese, di pomeriggio
corse di cavalli o di biciclette, o partite di calcio, a sera
sfarzose illuminazioni lungo i Corsi principali del Paese, nella
facciata della Madrice ed in Piazza Comitato, in palco complessi
bandistici e canzonettistici, a sera inoltrata gli spari dei
fuochi d'artificio.
La vigilia del giorno proprio della Festa del Santo, cioè il
Sabato si canta un solenne Vespro alla Madrice alla presenza del
Sindaco, del Consiglio Comunale col gonfalone del Comune, tutto
il Clero, le Autorità Civili e Militari del Paese ed un'immensa
folla di fedeli.
La Madre Chiesa in tale occasione si presenta sfarzosamente
parata di stoffe multicolori e carta argentata.
L'indomani la Domenica verso le ore 11 si tiene una solenne
Messa cantata con panegirico presenti tutte le Autorità come
nella vigilia.
Il pomeriggio dello stesso giorno si fa la solenne processione
per le vie del paese sempre con l’intervento delle più alte
cariche del paese.
All’uscita e al rientro della processione si assiste al
tradizionale Volo degli Angeli.
In qualche anno ai soliti festeggiamenti si sono aggiunti altre
manifestazioni, come proiezioni cinematografiche, lancio di
palloni aerostatici o sfilate di carretti siciliani. |
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All’entrata e all’uscita della processione si assiste ad una
delle più caratteristiche rappresentazioni in onore a San
Giusto: il volo degli angeli.
Due bambini, entrambi vestiti da angioletti, il maschio con un
vestitino celeste la coroncina e le ali e la femminuccia
abbigliata allo stesso modo ma con un vestito rosa, vengono
fatti volare sopra la processione ferma all’altezza delle
reliquie del Santo, da due balconi alti nel corso principale del
paese tramite robuste corde che permettono loro di incontrarsi
in aria e recitare delle poesie in onore del Santo.
Naturalmente, tale manifestazione è caratterizzata da grande
apprensione per l’incolumità dei due ragazzini sospesi in aria .
Come da tradizione i bambini sospesi in aria recitano delle
poesie alternandosi come nel modo seguente:
Inizia l’angioletto maschio, che si alterna con la femminuccia
cantando una strofa per uno.
Testo di Lorenzo Iuculano
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La sacra "dimostranza"
Nell’anno 1771, centenario della traslazione delle reliquie di
S. Giusto nel nostro paese, furono fatti grandi festeggiamenti
in onore del Santo, tra questi venne realizzata un’imponente
processione figurata con cui fu rappresentata la vita di S.
Giusto, sino al martirio. E’ proprio questa “Sacra Dimostranza”
che si vuole riproporre al popolo misilmerese, con l’intento di
suscitare nei giovani e nei cittadini il necessario
coinvolgimento emozionale verso un evento facente parte del
nostro patrimonio storico, religioso e culturale.
Si vuole giungere ad una vera e propria rivisitazione culturale
e storica del periodo in cui è vissuto S. Giusto, del suo
martirio e del significato più profondo del legame di fede tra
il popolo di Misilmeri e il suo Santo Patrono, rappresentata e
raffigurata con l’ausilio di momenti di teatralizzazione urbana,
di quadri coreografici storico-religiosi e di particolari
effetti scenografici, nonché, con il coinvolgimento di elementi
locali che interpretano i personaggi facenti parte della “Dimostranza”.
L’impronta data al progetto scenico vuole costituire un
approccio suggestivo con il quale si vuole avvicinare l’uomo del
nostro tempo agli ideali di vita di S. Giusto, quale simbolo del
coraggio di scegliere la via del bene anche a costo della
propria vita.
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