IL CASTELLO DELL'EMIRO
   

IL Castello dell'Emiro Giafar II
risalente al periodo dell'insediamento
arabo nel x secolo

 


Il Castello dell'Emiro

Su di uno sperone che sovrasta Misilmeri vi è un castello diroccato che si raggiunge dal centro del paese percorrendo un sentiero disagevole, ricavato sul fianco scosceso della collina Villalonga. Fortezza naturale - emerge sul resto del territorio, separato da essa da due profondi burroni - per questo motivo fu, in ogni epoca, disputata e rinforzata. Difficile a scrivere la fondazione della fabbrica ad un preciso momento storico, poiché non solo manca una esatta documentazione alla quale poter fare riferimento, ma vi sono evidenti differenze stilistiche tra le varie parti superstiti del monumento. Ad ogni modo, le ipotesi formulate al riguardo si possono dividere in due gruppi: la prima è che la costruzione del monumento sia avvenuta ad opera di Manfredi Chiaramonte; il Fazello, Infatti, sostenne che a Misilmeri "est ars a Manfredo Claramontano olim erecta" . La seconda teoria, di cui sembra farsi portavoce Vito Amico, inquadra la costruzione del castello nel periodo arabo. E' quest'ultima opinione di gran lunga più diffusa tra gli storici locali. E' probabile, comunque che durante il periodo arabo il castello di Misilmeri fosse poco più di un casale destinato ad uso agricolo che verso l'XI secolo, quando la potenza araba cominciò a declinare, fu chiuso da una cinta muraria fortificata per permettere il riparo dalle scorrerle delle fazioni arabe rivali a tutti gli abitanti delle costruzioni circostanti. E' la tesi sostenuta anche dallo storico Santo Platino, il quale, tra i vari studiosi locali, è quello che ha studiato lungamente la teoria di nobili che nei secoli si sono succeduti nel possesso della fortezza. La prima notizia certa riguardante il castello è un frammento, citato da Michele Amari, che fa parte della famosa descrizione della Sicilia che Edrisi scrisse intorno al 1150 per ordine di Ruggero II: in esso si dice che vi erano in quei tempi a Misilmeri un fortilizio ed un valido castello,


con copia d'acqua, di campi e di terre da seminare. A quell'epoca la costruzione dovette articolarsi su di una pianta a forma di rettangolo irregolare, con un solo piano che seguiva la naturale ondulazione dell'altopiano.
Ad ogni modo la nota di Edrisi, se può darci la prova dell'esistenza della fabbrica in periodo normanno, non ne fornisce certamente la visione architettonica, per la quale, mancando supporto di saggi esplorativi, rilevazioni e disegni originali. Sulle fondamenta e i sotterranei del castello, adibiti a prigione e oggi non più accessibili, non è facile la ricostruzione. Il castello ebbe nei secoli varie vicissitudini. Alcuni diplomi di investitura, che Platino ha accuratamente sfogliato, ne conservano la memoria. Sappiamo così che Ruggero Il lo diede, con il feudo di Misilmeri, all'ammiraglio Giorgio d'Antiochia. Dal figlio di quest'ultimo il feudo tornò al regio demanio nel 1172. Poi il re Pietro d'Aragona concedette il feudo e il casale a Giovanni di Caltagirone dietro pagamento di un censo. Fin qui esisteva solo la costruzione saracena. Verso il 1340 i Caltagirone vendevano il casale alla famiglia Chiaramonte che, già al centro della movimentata storia del baronaggio siciliano in conflitto con la corona, si accingeva a diventare una delle casate più potenti della Sicilia. Sotto la famiglia Chiaramonte la roccaforte venne riadattata e ristrutturata: i nuovi proprietari cercarono di trarre il massimo vantaggio dalla accidentata topografia del luogo, causa prima della irregolarità della costruzione, che a differenza dei fortilizi dell'epoca non si presentò mai come una struttura quadrata circondata da mura e con torrette angolari.
Né l'altopiano roccioso sul quale venne impiantato il castello vero e proprio fu spianato, procedimento tra l'altro costoso. Le nuove costruzioni vennero semplicemente adattate al luogo e alla struttura preesistente, della quale si potenziò la funzione difensiva. Fortezza più che abitazione,


le pareti esterne di alcune mura furono spostate sull'orlo dei precipizi laterali in modo da avere un maggiore risultato strategico. Proprio per la funzione difensiva che acquistavano gli strapiombi, le mura risultano meno spesse di quelle di analoghe costruzioni.Oggi di ambienti propriamente chiaramontani non rimane traccia apprezzabile e per ricostruirli mentalmente occorre procedere sulla base dei pochi brani incastonati in fabbriche più recenti. Del periodo chiaramontano ci rimangono soprattutto un capitello (donato da mons. Romano al municipio di Misilmeri, dove è custodito nell'ufficio del sindaco) e parti della cappella, dove vi è ancora qualche traccia degli affreschi che la ricoprivano.Con l'avvicendarsi dei proprietari e sussistendo sempre la necessita di una continua utilizzazione del luogo come fortificazione, nella seconda parte del Quattrocento si procedette a costruire dei terrapieni per aumentare le barriere difensive del lato sud. Alle mura più basse si accedeva mediante sotterranei, oggi crollati. Intanto al tempo dei Martini, nel 1392, il castello era passato a Guglielmo Raimondo Moncada; da quest'ultimo nel 1397 il territorio andava a Roberto Talamanca Grua e quindi, nel 1478, ai La Grua che scrivono una pagina singolare nella storia locale, in quanto si privano del feudo di Ficarazzi dandolo in enfiteusi dopo averlo staccato dalla baronia. Nel 1486 Giovanni Vincenzo La Grua vende la Baronia a Guglielmo Aiutamicristo per 11000 fiorini. Con gli Aiutamicristo il castello conosce un nuovo periodo di splendore: grandi opere, ripetenti la maniera del gotico-catalano, vennero aggiunte da Matteo Carnalivari, chiamato da Noto nel 1487 proprio per i lavori di restauro ed ampliamento del castello di Misilmeri che in quell'occasione cambiò la sua originale fisionomia chiaramontana. I molti debiti contratti dalla Nobile Famiglia Ajutamicristo, Baroni di Misilmeri e di Calafafimi, li costrinsero ben presto a vendere prima la Baronia di Calatafimi e anche quella di Misilmeri a Francesco Del Bosco Barone di Vicari e di Baida (Trapani).


Com’è usanza di tutte le Monarchie e della Nobiltà, scompare dal Castello lo Stemma degli Ajutamicristo e viene issato lo Stemma dei Del Bosco,lo Stemma del nuovo Barone di Misilmeri è un tronco d’albero di sopra rosso in campo d’oro e di sotto alle radici d’oro in campo rosso. Tutti gli storici chiamano Francesco Del Bosco, il fondatore dell’attuale paese di Misilmeri e come data di fondazione mettono il 1540. L’ll.mo Barone, non fece in tempo, per realizzare il suo grande programma di rinnovamento nel Castello e nel Paese di Misilmeri poiché muore nel 1552, lasciando tutti i suoi poderi al primogenito ed erede universale Vincenzo Del Bosco. Misilmeri ormai non è più un Casale, ma di giorno in giorno si va sempre più popolando da diventare una “Università”, ossia un Comune Autonomo,che paga regolarmente le tasse al Regio Patrimonio. Ha tutto il suo apparato Burocratico, cioè : il Castellano, il Segreto, il Giudice civile e criminale con il proprio tribunale e le proprie carceri, tutta la vita cittadina si svolge attorno al Castello,ch’è il centro propulsore di tutta l’amministrazione prevalentemente agricola. In paese, ad iniziativa del Barone si fonda la nuova parrocchia di S. Giovanni Battista nel centro del nuovo abitato nel 1553, nello stesso periodo si costruirono la Chiesa dell’oratorio accanto alla Madrice, la Chiesa di S Francesco e la Chiesa di S.Vincenzo alle falde del Castello. Inoltre il Barone Vincenzo Del Bosco, come Gran Giustiziere di Sicilia, fece costruire anche le Carceri nel Castello di Misilmeri e scelse i sotterranei detti anche “segrete” per essere più al sicuro i carcerati, con annesse camere di torture e trabocchetti. Ai principi di Cattolica, succedono i Bonanno, con questa Famiglia si chiude il capitolo del feudalesimo nel nostro paese ed anche segna la fine del nostro Castello, alla morte di Giuseppe Del Bosco nel 1721 il ducato di Misilmeri con il suo castello passa al nipote Francesco,


divenendo unico ereditario di tutti gli immensi beni del duca, anche se vedremo, che i suoi nipoti in pochissimi anni ridussero tale potenza al più clamoroso fallimento dell’epoca, trascinando nel vortice anche il nostro castello, svendendo a poco a poco tutto,per poter pagare i moltissimi creditori, che continuamente picchiavano alle porte del lussuoso palazzo cattolica in via Cinturinari a Palermo.  continui divertimenti, la esagerata turma del servitorame di erano circondati, i molti parassiti che vivevano alle loro spalle, lo sfoggio delle carrozze,dei cavalli, dei vestiti, dei gioielli, ecc…, in tutte le grandi parate,sia dei principi, che delle principesse di casa cattolica,vicini alle reali maestà del regno delle due Sicilie, li faceva ambiziosamente gareggiare ogni giorno tra gli altri nobili dell’aristocrazia palermitana prima e napoletana poi. Le molte elargizioni, beneficenze ai poveri, alle chiese, ai Collegi di Maria, non escluso quello di Misilmeri, come simbolo di grandezza, non arrivarono più ad un certo momento a bilanciare le entrate con le uscite. Quando, nel 1812, il parlamento siciliano approvò la legge sull'abolizione dei diritti e privilegi baronali, la situazione peggiorò ancor di più, sicché venne ancor meno la manutenzione del castello, con la sua inevitabile rovina. Fino ad allora il castello dell'emiro fu la più grande gloria dei baroni di Misilmeri, come ornamento ed appoggio principale della loro feudale signoria. Nella prima metà del XIX secolo, il monumento fu sventrato dagli stessi misilmeresi, inconsci della sua importanza, senza che alcuno alzasse la voce per impedirlo.
Il Castello dell'emiro, come un povero vecchio, mal nutrito, per forza è destinato a perire.
                                                         
Tratto da " In Comune ", Antonella Folgheretti 2002

Restauro del castello dell'Emiro

Dopo più di 200 anni hanno visto la luce pavimenti, muri, decorazioni, graffiti che nemmeno i più ottimisti pensavano potessero riemergere da un passato secolare. Chi aveva memoria del castello, delle escursioni e degli aquiloni, dovrebbe fare un profondo reset e sintonizzarsi su un’altra frequenza, perché quello che finora hanno restituito gli scavi è tutt’altra cosa. Le foto possono dare solo una piccola idea. Quello che si incontra appena superata la rampa di accesso, è un ampio ingresso pavimentato con pietre sagomate che si chiude con un colonnato a 4 colonne. E poi, inaspettatamente, i graffiti risalenti al 1700, dentro una segreta dove erano reclusi delinquenti comuni e dissidenti: incisioni o scritte con carboncino che indicano date, cognomi, rudimentali calendari, messaggi lasciati ai posteri su fustigazioni e percosse, croci cristiane e palme. Una evidenza tutta da scoprire. Ciò che ha fatto venire in rilievo questa prima campagna di restauri è che occorreranno nuovi finanziamenti per portare alla luce l’immenso patrimonio che, paradossalmente, i crolli e le macerie accumulate hanno salvaguardato.
 

 

 
 © copyright: Comune di Misilmeri  V 1.0                                                         I ruderi del castello dell'Emiro - Misilmeri -
 Progettazione e realizzazione:
Marco Giammona
                          
            veduta interna del castello            veduta interna del castello            il torrione del castello            capitello della cappella del castello            veduta antica del Castello - 1928 -        fasi del restauro  fasi del restauro graffiti rinvenuti durante il restauro graffiti rinvenuti durante il restauro       ricostruzione ideale del castello - Arch.Matteo Cavallaro 1990 -      ricostruzione ideale del castello - Arch.Matteo Cavallaro 1990 -